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30.06.2010
Venezia: un convegno sul lavoro ai detenuti; dalle aziende ancora troppi pregiudizi

La cooperativa veneziana Rio Terà dei pensieri punta alla creazione di una rete territoriale e punta sul lavoro come arma alla recidiva. Promuovere opportunità di lavoro all’interno e all’esterno del carcere significa abbattere la recidiva e trasformare il costo della detenzione in risorsa.
La cooperativa veneziana Rio Terà dei pensieri punta alla creazione di una rete territoriale e punta sul lavoro come arma alla recidiva. D’Errico: “Aziende restie ad abbandonare i pregiudizi e spesso la crisi è solo una scusante”. Promuovere opportunità di lavoro all’interno e all’esterno del carcere significa abbattere la recidiva e trasformare il costo della detenzione in risorsa: è questa la filosofia di “Rio Terà dei pensieri”, cooperativa sociale attiva da 16 anni negli istituti di pena veneziani. Consapevole che per continuare in questa direzione è indispensabile la creazione di una rete di attori pubblici e privati, la cooperativa ha deciso di assumersene l’onere. L’obiettivo è di garantire occupazione e stabilità a 20 detenuti che beneficiano di misure alternative o che sono uscite dal carcere. L’idea, già in fase di attuazione, è stata presentata nel corso del convegno “Lavorare vale la pena” che si è svolto ieri mattina a Mestre.

La creazione di una rete territoriale ha lo scopo di aumentare le opportunità di occupazione e ridurre le discriminazioni nel mercato del lavoro. In questa sfida la cooperativa è accompagnata da tre partner operativi (società cooperativa Isfid, Quest Lab e Soggetto Venezia srl) e alcuni partner di rete, come il comune di Venezia, il ministero della Giustizia, Legaccop Veneto, Caritas e altre realtà locali. Tutti insieme per abbattere il muro che separa gli ex reclusi da un lavoro stabile, un muro fatto di solidi pregiudizi. “Spesso le aziende non si rendono disponibili facendosi scudo della crisi - riflette il presidente di Rio Terà, Giampietro D’Errico -, ma il più delle volte è una scusa dietro cui si nascondono i pregiudizi.
Solo alcune piccole aziende ci hanno aperto le loro porte, rassicurate dal fatto che noi garantiamo tutoraggio e accompagnamento. Anche le associazioni di categoria non ci danno troppe attenzioni”. Proprio da questi ostacoli è nata l’idea di una rete che riunisca tutti i soggetti impegnati nell’inserimento, per dare un segnale forte di credibilità e compattezza.

“Ogni giorno - conclude D’Errico - ci troviamo di fronte a grattacieli di difficoltà. Se passasse il messaggio che un detenuto che produce cessa di essere un peso per diventare una risorsa, forse il nostro compito sarebbe più facile”.
Il convegno mestrino ha offerto l’opportunità di presentare e condividere anche altre esperienze di inserimento: in questa sede il Dap ha riferito del progetto “Sigillo”, un marchio di qualità registrato lo scorso ottobre e apposto su una linea di moda realizzata in carcere. Augusta Roscioli, dell’Ufficio Osservazione e Trattamento - Dap del ministero della Giustizia, ha spiegato che è stato siglato un protocollo d’intesa con 4 cooperative: “Alla base c’è la convinzione che i prodotti realizzati dalle esperienze di formazione come i laboratori di sartoria o l’apicoltura non possono restare avulsi dalle logiche del mercato, ma devono diventare commerciabili ed essere valorizzati. Per questo abbiamo voluto creare un marchio e speriamo che l’esperienza venga replicata in altri settori e possa coinvolgere un numero maggiore di cooperative”.


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